sabato 22 settembre 2012

La balbuzie degli altri: le interruzioni

 INTERRUZIONI

Dopo l' esperienza del corso, durante il nostro percorso verso la gioia di comunicare liberamente ed esprimere veramente chi e cosa siamo, incontriamo ed interagiamo con le persone già a noi familiari....ma qualcosa è cambiato!

Ho scritto al plurale ma sarebbe più corretto esprimermi in prima persona: a me succede di notare e di provare leggero fastidio nel parlare con le persone.

Qualcosa di nuovo accade: non mi deprimo, o mi sento frustrato a causa della mia balbuzie che oramai è leggerissima, ma il fastidio deriva dal comportamenteo degli altri: non comunicano, non ascoltano, non ti lasciano parlare!Come fare?
DAniele

"Che si tratti di essere più preparati a dire di no al capo, oppure di rimanere fedeli a se stessi in situazioni sociali complesse, sotto le correnti incrociate di aspettative ed interessi in conflitto fra loro, la maggior parte di noi probabilmente farebbe bene comunque a svilippare quelle che i comportamentisti chiamano "doti comunicative": imparare a comunicare  all'altro, con garbo e gentilezza ma in modo fermo ed assertivo, quel che pensiamo di una data situazione o, più importante, come ci fa sentire.

Naturalmente per poter dire come ci sentiamo realmente o come consideriamo davvero una data cosa dobbiamo esserne almeno parzialmente consapevoli, specie quando ci sentiamo combattuti e in conflitto e quando tutte le alternative che riusciamo a ideare ci sembrano problematiche e magari anche troppo costose.

In quei casi restiamo impigliati nei sentimenti conflittuali, dunque ci lasciamo intrappolare dagli altri.

A volte negli scambi potenzialmente difficili come questi possiamo cavarci d' impaccio ed arrivare alla chiarezza ed alla reciproca soddisfazione se solo riconosciamo il sentimento che l' altra persona suscita in noi e ne parliamo, invece di lasciarci prendere dal contenuto intellettuale della conversazione e magari di reagirvi - contenuto che di rado è l' unica questione in ballo-, cosa che implica la convinzione molto rischiosa di avere del tutto ragione e che l' altro ha proprio torto oppure è testardo.
Prendere consapevolezza, anche solo un po' di più, di come si svolgono le nostre conversazioni e comunicazioni e del genere di abilità che ci potrebbe servire per viverle con più cognizione di quel che accade realmente in noi stessi e negli altri e con altri può essere un' esperienza molto rivelatrice, che ci farebbe abbassare un po' la cresta, forse.
 Potrebbe farci scoprire, ed è solo un esempio comune, quanto spesso gli altri ci interrompono mentre stiamo dicendo qualcosa e forse ci aiuterebbe a identificare modi efficaci di fare i conti con quelle interruzioni, quando capitano; altrimenti forse finiamo per avere l' impressione che ciò che abbiamo da dire non conti nulla per l'altro, o nel gruppo, e non è una una bella sensazione, specie se diventa uno schema che si ripete.
Potremmo finire con il sentirci non rispettati, sottovalutati, scavalcati, intimiditi da questa o quella persona al lavoro o a casa, e non esporre mai con efficacia, convinzione e sincerità noi stessi ed il nostro modo di vedere e sentire le cose.
 Dunque la persona o la famiglia o il gruppo di colleghi potrebbero essere privati del beneficio del nostro contributo della nostra creatività, del nostro punto di vista magari originale, decisivo ,di valore, e nel frattempo noi ci sentiamo male.

Umiliati.E trascurati.E, spesso, arrabbiati con noi stessi.
 Paradossalmente, le persone che interrrompono, di solito, sono totalmente inconsapevoli di non lasciar finire di parlare l' altro e di non starlo ad ascoltar davvero; si sorprenderebbero, magari, perfino si offenderebbero se l' altro insinuasse che tendono ad avere il predominio nella conversazione e che sono ascoltatori molto scadenti"

Tratto da "Riprendere i sensi" di Jon Kabat-Zinn

DAniele

4 commenti:

  1. Caro Daniele,

    secondo me bisogna fare (come quasi sempre) un distinguo:

    ci siamo noi che abbiamo seguito il corso di Psicodizione, ci sono i nostri affetti, c'è il resto dell'umanità.

    Riguardo noi che dire... in questo commento non mi soffermerei tanto sugli strumenti tecnici che Chiara e il suo team ci hanno dato per superare la balbuzie, seppur fondamentali, per carità; del resto il corso io (e penso la quasi totalità degli altri partecipanti) l'ho seguito per quel motivo: sconfiggere il mostro balbuzie. Ma quando iniziai il corso non avevo la minima idea (eh... beata ignoranza) del bellissimo mondo che mi si sarebbe poi aperto davanti agli occhi (quegli occhi che usavo così poco... forse era per quello che non vedevo?). Perchè noi non abbiamo imparato a non balbettare più; non abbiamo imparato ad affrontare con la tecnica giusta i suoni che si bloccano in gola; non abbiamo imparato a parlare bene. O meglio, abbiamo imparato tutte queste cose, certo, ma ne abbiamo anche imparata una che è molto più importante. Noi abbiamo imparato a COMUNICARE. E comunicare non è parlare, è tutta un'altra cosa. Rovescio della medaglia: la stragrande maggioranza delle persone non sa comunicare. E allora, paradossalmente, accade che le cose si invertono. Noi prima parte passiva nell'atto comunicativo, ora ci sentiamo (a ragione) e vogliamo essere parte attiva. E negli altri notiamo (e come giustamente dici tu, Daniele, proviamo fastidio) lacune comunicative enormi, certo diverse da quelle che abbiamo (o avevamo?) noi, ma forse non tanto meno gravi. Solo che, mentre noi eravamo ben consci delle nostre difficoltà, e ne soffrivamo anche tanto, loro non se ne accorgono e vivono felici e contenti così (consentimi di ripetere "beata ignoranza").

    Come comportarci allora (dopo mezzo papiro ci arrivo)?

    Qui passo alla distinzione fra l'umanità in senso lato e quella ristretta parte di umanità che più ci è vicina a livello affettivo, e quindi comunicativo (i nostri parenti, i nostri figli, il nostro compagno o compagna, i genitori, i fratelli, gli amici etc...).

    L'umanità in senso lato la esemplificherei con tutti coloro con i quali, per forza di cose (mancanza di tempo, differente gerarchia di ruoli sul luogo di lavoro o di studio etc...), non ci è consentito di approfondire e migliorare più di tanto la qualità della comunicazione. Quindi certi colleghi di lavoro, il capo, i docenti universitari... ma anche la commessa di un negozio, l'addetto allo sportello postale o il medico di famiglia a cui dobbiamo spiegare che cosa ci fa male (non so il vostro, ma il mio mentre gli parlo non mi guarda mai in faccia... dite che devo preoccuparmi per la mia faccia?). Ecco, in questo caso la sfida che ci aspetta è bella tosta (e quindi avvincente). Sì perchè mica possiamo dir loro: "ehi tu bello, non sai proprio comunicare sai? Invece io che ho seguito il corso della dottoressa Ciara Comastri... ah sapessi che mondo nuovo ho scoperto... e che figo che sono diventato!". In questi casi, secondo me, c'è una sola cosa da fare: COMUNICARE BENE. NOI. Anche se dall'altra parte troviamo un muro. Anzi vi dirò di più. Potenziare gli strumenti comunicativi che ora conosciamo. Per avere così più probabilità di catturare l'attenzione dell'interlocutore. Senza magari accorgersene (perchè l'altro non sa..) lui potrebbe ritrovarsi ad alzare lo sguardo, a guardarci negli occhi, a mettere via il cellulare con cui stava inviando un sms. Gli potrebbe venire voglia di ascoltarci davvero, di ricevere davvero quello che noi gli stiamo offrendo. E gli potrebbe venir voglia di darci anche lui qualcosa di prezioso. Ma se la cosa non dovesse accadere (staranno pensando ora i più pessimisti fra di voi)? Bè, in quel caso la colpa non è nostra. Non siamo noi che non sappiamo comunicare; non più. Come in tante cose belle della vita, affinchè siano tali bisogna essere in due (o più) a volerle, così è nella comunicazione.

    /TO BE CONTINUED.../

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  2. /TO BE CONTINUED.../

    Situazione diversa, forse più delicata, è comunicare con i nostri cari. Persone che ci sono accanto da una vita e che ormai si sono abituate (abituate... quante cose ci hai insegnato su questa parola cara Chiara...) a noi e, perchè no, al nostro modo di comunicare. Solo che ora qualcosa è cambiato (scrivi tu, caro Daniele). Noi siamo cambiati. E quello che prima ci andava bene ora ci va stretto. Ora vogliamo qualcosa di più: dare di più ma anche ricevere di più (adesso pensiamo di meritarcelo, mentre prima, ingabbiati come eravamo nelle nostre paure, pensavamo di meritarci poco o nulla). Bene, in questo caso la soluzione, apparentemente, sembra essere più semplice rispetto al caso precedente. Il nostro rapporto più intimo con loro ci consente una cosa bellissima: aprire il nostro cuore per raccontare quanto siamo cambiati, quanto possiamo offrire di più ora (ma sicuramente già se ne staranno accorgendo) e quanto di più però siamo anche pronti a ricevere. E qui l'interlocutore (il fidanzato, il figlio, l'amico...) come reagirà? Ovviamente o bene (ci ascolta, comprende la nostra richiesta, ci viene incontro consapevole che avrà tanto da guadagnarci pure lui) o male (tira fuori una pistola e... scherzo!). Nel primo caso non c'è nulla da dire se non: siete fortunati, non è poi così scontato (dunque la famiglia Mulino Bianco esiste!). Nel secondo caso invece (in cui l'altro sembra proprio non comprenderci) vi dico: non disperate, non demoralizzatevi (ne abbiamo passate tante dai, non sarà mica questo ostacoluccio a fermarci ora), non fate pensieri autodistruttivi del tipo "non mi capiscono più, oddio cosa sono diventato", "non mi amano davvero, non mi hanno mai amato", "allora era vero quando nel 1978 quel bulletto della 4C mi aveva detto che ero stato adottato", "sapevo di essere un extraterrestre nella mia famiglia, sono troppo più bello di mio fratello". Vi tranquillizzo: nulla di tutto ciò (a parte poche eccezioni, ma in quel caso, caro alieno, avrei cose più serie di cui preoccuparmi). Semplicemente il cambiamento fa paura, sconvolge, richiede tempo. Avrete sicuramente letto quel libricino che era tanto di moda qualche anno fa: "Chi ha spostato il mio formaggio?". E' una storiella, tranquillamente leggibile in un'ora, che illustra modi diversi di affrontare un cambiamento. Noi ora stiamo percorrendo una certa strada, che a mio avviso è quella giusta. I nostri cari, che non hanno vissuto il background che abbiamo noi alle spalle, potrebbero non comprenderla e, quindi, non comprendere più nemmeno noi. Don't worry! Apriamo il nostro cuore e spieghiamo loro cosa sentiamo dentro, ma diamo tutto il tempo, che giustamente meritano, di abituarsi a questi altri "noi". Anche in questo caso l'unica strada percorribile è quella della comunicazione. Potrebbero non capirci lo stesso, anzi probabilmente non ci capiranno mai davvero, perchè le umiliazioni, la sofferenza, la rabbia che abbiamo provato noi loro non le hanno vissute sulla propria pelle, quindi non le comprenderanno mai fino in fondo. Ma meglio così per loro, mi viene da dire. Però proviamoci, almeno. Proviamo a raccontare quello che eravamo e quello che stiamo diventando. E se ci capissero? E se questa meravigliosa vita che abbiamo il dono di vivere ci sorprendesse ancora una volta? Non vogliamo forse correre questo rischio?

    Ciao a tutti e grazie dell'attenzione (sempre che siate riusciti ad arrivare fin qui, cosa che fortemente dubito).

    Elena Armati

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    1. Cara Elena,

      quando un commento è più interessante ed approfondito del testo stesso dell' articolo si profilano due possibilità:

      lo scrittore dovrebbe mettersi da parte;

      la commentatrice dovrebbe prenderne il posto;

      nulla di tutto questo avviene perchè in Italia nessuno molla la sua poltrona se non arrestato dall' Arma.

      Tu sembreresti però più adatta alla stesura di saggi o di tesi su questo argomento, più che al commento di risposta...

      Per esempio, te la sentiresti di postare quello che hai scritto questa estate su fb, sul blog :http://www.mywordsandi.com/blog/ ??

      O di postare ciò che ti senti di dire sul documentario?

      Daniele

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  3. Caro Daniele,

    grazie per gli elogi, non so quanto meritati. Fatti da una raffinata "penna" come te, mi inorgogliscono non poco.

    Un solo dubbio: l'Arma interviene col buio solitamente...?

    Va bè, poco importa... notti serene Dani!

    Con affetto,

    Elena

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